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Due "spread" spiegano l'economia USA. E chiariscono perché i tassi Fed non possono salire più di tanto

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Il barometro dei mercati

 Quali sono gli indicatori da esaminare - e che seguiremo nel tempo - per valutare con la migliore precisione possibile le evoluzioni dei mercati? Sono numerosi e spesso diversi rispetto a quelli comunemente presi in considerazione. Per esempio da anni si parla tanto di “spread” fra Btp e Bund, sebbene quest'ago della bilancia serva ormai a poco, per un semplice motivo: il Q.E. della Bce ha normalizzato un quadro che non corrisponde alla realtà dei fatti.


Ben diverso invece il giudizio che si può dare in merito allo “spread” fra Treasuries Usa a 10 e 2 anni, in quanto riferito a un quadro economico meno condizionato da fattori esterni. Prima di analizzarlo occorre spiegare brevemente cosa succede solitamente alla curva dei tassi.
Quando il differenziale fra scadenze lunghe e corte aumenta la linea dei rendimenti diventa più inclinata: si ha appunto un “irrpidimento” (in inglese “steepening”), il che succede di solito alla fine di un periodo di recessione, nel momento in cui i tassi a breve sono bassi, mentre quelli a lungo anticipano una crescita economica e quindi un incremento futuro del costo del denaro, così come dell’inflazione.

Lo “steepening” comporta di solito una correzione più o meno forte per le quotazioni delle obbligazioni, a partire da quelle governative.
Esattamente l’opposto avviene nel momento in cui – alla fine di una fase espansiva – si teme un rallentamento dell’economia, con la conseguenza di un appiattimento (in inglese “flattening”) della curva, che si manifesta quando i tassi a breve salgono di più di quelli a lungo, oppure – nel caso estremo – quando questi ultimi scendono fortemente.
Fatte queste precisazioni (magari scontate per chi è addentro ai movimenti finanziari) occorre definire dei livelli della curva 10 – 2 anni per i Treasuries:


massimi storici: 2,47% nell’agosto 1992 – 2,7% nel luglio 2003 - 2,8% due volte nel 2009/2010 – 2,47% nel novembre 2013

minimi storici: negativo 0,5% nel febbraio 1989 e nel marzo 2000 – vicino allo 0% nel 2006

fascia mediana: fra 0,5% e 1,5%.

Tali valori sono un riferimento utilissimo per capire - nel caso specifico - l’economia statunitense e si possono sintetizzare così:

oltre l’1,5% situazione di prossima inversione, con - sui top di massimo – avvio di un movimento di rafforzamento per l’economia e quindi potenziale rialzo dei tassi

fra lo 0,5% e l’1,5% situazione di stabilizzazione dei tassi

sotto lo 0,5% situazione di prossima inversione, con - sui top di minimo – avvio di un movimento di indebolimento per l’economia e quindi potenziale ribasso dei tassi.

Il dato attuale di 1,48% lascia intendere che il rialzo dei tassi parte (fin qui niente di nuovo!), che l’economia si rimette in carreggiata (anche qui è ormai dato per scontato) e che l’inflazione rialza la testa (per ora non se ne ha traccia).

In realtà la vera articolazione del tutto sta nel verificare un altro “spread”, che è più importante e meno considerato. Riguarda quello fra gli utili dell’S&P 500 e il rendimento del decennale statunitense. Storicamente i relativi valori – espressi in percentuale – hanno avuto andamenti correlati, con differenziali massimi di 2 o 3 punti per periodi abbastanza brevi.

Quanto avvenuto dal 2009 in poi appare invece del tutto anomalo, perché gli utili dell’S&P sono saliti notevolmente, mentre i rendimenti dei Treasuries sono scesi a rompicollo. Si è quindi determinato un distacco quasi abissale, che giustifica la corsa di Wall Street degli ultimi anni.

Oggi l’S&P 500 Earnings Yield si attesta sul 5,2% ed è inserito in un canale ribassista, mentre il decennale si colloca sul 2,18% in un trend lateral/rialzista.
La sintesi? A lenti passi si assiste oltre Oceano a una normalizzazione. Per la Borsa certi eccessi del recente passato potrebbero presto diventare quindi solo un piacevole ricordo. Un punto di rottura si concretizzerebbe nel caso di un incrocio fra le due linee.

È proprio quello che la Yellen sta cercando di evitare. Ecco perché l’incremento dei tassi sarà lento, lento, e ancora lento. Come d’altra parte conferma quella maledetta inflazione che non vuole ripartire.

L'Autore

Lorenzo Raffo

Giornalista professionista con 50 anni di professione sulle spalle, si è occupato soprattutto di settori economici. Ora scrive di finanza e principalmente di prodotti finanziari, che spesso “testa” in prima persona. Con gli occhi e la testa di chi sta realmente sui mercati.