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Wall Street crollerà? E se invece salisse? Viaggio fra le tante domande di un mercato un po' stordito

DIMMI QUANTO RISCHIO
Il barometro dei mercati

1850 o forse 1860: ricordatevi questi numeri. Rappresentano il livello intorno a cui si muove il futuro del maggiore indice mondiale, l’S&P 500. Sondaggi realizzati fra i maggiori banchieri statunitensi sostengono che probabilmente le oscillazioni registrate da luglio in poi saranno il “trend” dei prossimi tre anni. In altre parole si potrebbe realizzare un continuo pendolarismo fra 1850 e 2100 punti. Troppo ottimismo, che fa comodo? Siccome nessuno è veggente, cerchiamo di rispondere ad alcune delle domande che si pongono, nella fase attuale, anche gli investitori istituzionali.

Il rallentamento cinese è un freno per Wall Street?
Solo in parte. La Fed l’ha utilizzato come uno dei motivi dei suoi tentennamenti sui tassi, ma l’economia reale non la pensa alla stessa maniera. Wall Street in questo momento guarda alla crescita interna, la meglio orientata al mondo e capace di sostenere i listini ancora per un certo periodo.

Il mito dei consumi “yankee” non è un inganno?
No, perché erano talmente caduti negli ultimi anni da condizionare le prospettive di ripresa. L’americano medio temeva per il suo posto di lavoro e risparmiava. Ora ha una situazione finanziaria migliore rispetto al passato, grazie anche ai tassi zero, al basso costo dei carburanti e a un minore indebitamento da mutui. La lezione del 2008/2009 ha lasciato le sue tracce. Adesso ci si aspetta un aumento dei salari, avvenuto solo parzialmente. Se si avrà un movimento al rialzo si determineranno spinte all’insù dei consumi e quindi dell’inflazione. È quanto auspicano i monetaristi e l’effetto su Wall Street sarà favorevole.


Alcuni “ratio” portano a conclusioni opposte. Cosa succede?
Il “P/E ratio” (rapporto prezzi/utili) si situa sui 19, il che fa pensare che l’S&P 500 sia leggermente sopravalutato e le previsioni a un anno indicano una possibile discesa. Il problema maggiore consiste però nella verifica del rapporto fra rendimento medio del comparto azionario e di quello obbligazionario: oggi il primo garantisce il 2,3%, mentre il Treasury decennale si colloca al 2,1%. Nel 2007 – ante tempesta “subprime” – l’azionario assicurava l’1,8% e l’obbligazionario il 4,7%, valori più adeguati alle medie degli ultimi trent’anni.
Il problema è sempre questo: un riallineamento dei bond comporterà costo del denaro in aumento e quindi minori margini per le “corporate”. Ecco perché i tassi possono aumentare solo in modo progressivo. C’è però da osservare che in un’analisi di lunghissimo periodo altri parametri specifici dell’S&P appaiono spostati troppo all’insù, con una sopravalutazione eccessiva. In particolare quelli riferiti alle “large cap”.

E il dollaro forte quanto pesa?
Poco, per due fattori: l’economia statunitense non è “export oriented” e inoltre la bolletta energetica si sta progressivamente sgonfiando, grazie alla maggiore autonomia estrattiva interna. Inoltre a Wall Street si prevede un afflusso in crescita di capitali, grazie al rialzo dei tassi e del tutto si avvantaggerà l’industria finanziaria a stelle e strisce.

In sintesi crollo o rimbalzo?
Gli analisti hanno trovato un compromesso nel dare una risposta. La maggior parte non propende né per l’uno né per l’altro, ma vede una netta divaricazione fra azioni vincenti e azioni perdenti. In altre parole si tende a rimettere in primo piano lo “stock picking”, arte di cui si era persa traccia negli ultimi anni, davanti a listini in forte crescita. L’ipotesi più condivisa è che quei livelli di 1850 e 2100 siano la definizione di una fascia entro cui l’S&P 500 si muoverà per uno o due anni.
Morgan Stanley è un po’ più ottimista e ipotizza i 2200 punti. Altri invece segnalano che la media mobile a 200 sedute è stata forata al ribasso a fine agosto con troppa risolutezza. Se poi la si sposta dalla periodicità quotidiana a quella settimanale ci si rende conto che entro ottobre si chiarirà l’evoluzione del trend. Nel caso la 200 “week” fosse bucata sarebbero davvero guai, rendendo concreta la congettura di una caduta a 1500-1600 punti. Cosa lo può evitare? Il proseguimento di un’economia interna in lenta ma graduale crescita. La ricetta resta sempre la stessa.
 
L'Autore

Lorenzo Raffo

Giornalista professionista con 50 anni di professione sulle spalle, si è occupato soprattutto di settori economici. Ora scrive di finanza e principalmente di prodotti finanziari, che spesso “testa” in prima persona. Con gli occhi e la testa di chi sta realmente sui mercati.