Ripartenza o Discesa.
Sensazioni forti del passato.
Ricordo, ricordo bene l’agosto del 2007.
Da massimo a minimo, l’S&P500 perse poco meno del 7%, andando a fare un doppio minimo con il marzo dello stesso anno.
Ciò che fu impressionante era la velocità con cui il mercato scese, fino a 1374.50 .
Il Vix in 4 giorni arrivò a 37: so che oggi fa sorridere, in confronto a eventi più recenti, ma così alto, il Vix, non lo vedevamo da 2002, dal grande ribasso successivo alle dot-com e alle torri gemelle.
La notizia sconvolgente che aveva fatto crollare l’S&P500 era un primo sintomo del virus dei subprime nel mondo bancario americano: era Wells Fargo la prima vittima.
Sembrò un caso isolato, il solito intervento della FED, panico che rientrava in pochi giorni.
L’S&P500 trovò il modo di fare un nuovo massimo storico il 12 ottobre, a 1589, riprendendosi dallo shock di agosto.
Ancora non lo sapevamo, ma quel minimo a 1374.50 di agosto sarebbe stato determinante nel gennaio successivo, del 2008.
Quel doppio minimo diventò per un paio di giorni, in gennaio, un triplo minimo.
Ma il supporto era instabile e si piegò subito ad una pressione ribassista troppo forte: l’S&P500 sprofondò a 1255 e il Vix fece il doppio massimo con agosto a 37.
Era l’inizio di un anno fra i più terribili per le borse nella storia contemporanea.
A Marzo, ci fu un doppio minimo rispetto a gennaio e il mercato ripartì, andando a ritracciare la metà esatta del percorso fra il massimo di ottobre e il minimo di gennaio e marzo: era il maggio del 2008.
La calma era tornata in apparenza sui mercati.
Non per molto, dopo un’estate molto incerta e laterale, arrivò a settembre il fallimento Lehman Brothers.
E i fulmini colpirono i mercati di tutto il mondo per i sei mesi successivi.
Una vecchia conoscenza.
Nel 2004, il CEO della minuscola BankOne di Chicago annunciò di avere completamente risanato la banca, dopo essere stato nominato con tale scopo qualche anno prima.
Il risanamento era stato così efficace che riuscì a vendere BankOne per la sbalorditiva cifra di 58 miliardi di dollari a JP Morgan.
Doveva essere uno bravo. E lo era, anzi lo è.
Sto parlando di Jamie Dimon.
Passano due anni, arriva quindi il 2006.
JP Morgan deve nominare il nuovo CEO. E chi chiama?
Proprio lui, Jamie Dimon.
Il quale, a capo dell’impero di JP Morgan, ha una delle intuizioni più felici della sua vita: tiene fuori la banca dall’affare subprime, il vero business bancario di quegli anni, di cui vede in anticipo i rischi.
Il 2008 di Dimon.
Nel marzo del 2008, proprio sul doppio minimo dell’S&P500, il governo va da lui.
C’è da salvare Bear Sterns, la quinta banca d’affari americana, sommersa da 22 miliardi di debiti dovuti ai subprime.
Dimon negozia molto bene. Sì, se proprio insistete, JP Morgan “potrebbe” salvare Bear Sterns.
Prima che quel “potrebbe” diventi un “lo faremo”, Dimon viene nominato consigliere di amministrazione della Federal Reserve di New York.
E JP Morgan, anzi Dimon, salva Bear Sterns, pagandola 10 dollari per azione. Un anno prima la quotazione del titolo era a 133 dollari.
Da quel momento, JP Morgan diventa la ciambella di salvataggio di altre banche, travolte dal fallimento dei subprime.
L’affare più grande, nell’ottobre del 2008, in piena crisi finanziaria, quando Dimon “si lascia convincere” ad accettare di ingurgitare uno dei bocconi più amari del mondo bancario americano, fu Washington Mutual Bank, la più grande Cassa di Risparmio americana: milioni di clienti che accrescevano il già immenso parco clienti dell’immacolata JP Morgan.
Immacolata perché fuori del giro dei subprime, ovviamente.
Sempre nell’Ottobre 2008, ad oltre un mese dal fallimento di Lehman Brothers e con le borse in fibrillazione e caduta libera, Dimon “è indotto” ad accettare 25 miliardi di dollari, praticamente in regalo, dal dipartimento del Tesoro americano.
Dimon si affretta a dire che li utilizzerà solo “per acquisire imprese”, leggasi: banche in fallimento da subprime …
Fece anche il gesto molto signorile, successivamente, di restituire i soldi al Tesoro.
JP Morgan si era mangiata tutto ciò che c’era di buono sul mercato bancario americano. E Dimon ne uscì con l’immagine del salvatore, sempre pronto a raccogliere gli SOS della politica.
E la politica… proprio la politica.
Dimon è sempre stato di parte democratica: nel 2008, Obama, dopo essere stato eletto, disse di lui “che aveva fatto un buon lavoro, gestendo un portafoglio enorme”.
Durante la presidenza Obama, è certo che Dimon aveva libero accesso alla Casa Bianca.
Questo gli permise di elaborare una serie di rapporti con il mondo della politica, dove, comunque, era già molto conosciuto ed apprezzato.
Per arrivare ai tempi nostri, o quasi, Dimon sostenne la campagna di Kamala Harris… senza successo, perché sappiamo poi come è andata.
Dimon è uno di quei “democratici per niente socialisti” e deve avere sostenuto la Harris turandosi il naso, purché non fosse eletto Trump.
Ma Trump vinse le elezioni.
Dopo aver finto di approvare i dazi, una volta approvati, Dimon disse chiaramente, voce contrarian rispetto all’impaurito establishment di yes-men trumpiani, che i dazi erano all’origine di una sostanziale incertezza dei mercati.
Da un po’ di tempo parla delle esagerate insolvenze nel settore del credito privato e vale la pena di ascoltare il suo punto di vista.
Considera la guerra con l’Iran un rischio potenzialmente destabilizzante per i mercati.
In parole povere, Dimon fa parte di quella finanza americana che non sopporta Trump.
E’ quel segmento, più ampio di quanto non si creda, che attende sulla riva del fiume che passi il cadavere del nemico.
La finanza, si dice, monta sul carro del vincitore. E’ spesso vero.
Con Trump c’è un segmento della finanza che si è posto neutralmente in attesa.
E sarebbe ben felice di uccidere il nemico.
Dimon viene considerato spesso quasi uno jettatore, un amplificatore di sfortune future.
Spesso, anche io ho scherzato sulle sue dichiarazioni, alle volte esageratamente negative: ora, è giunto il momento di non sottovalutarlo.
Come nel 2008.
Il sistema di trading per tempi difficili.
Ovvero: come il sistema Excelsior separa la generazione di Cash Flow dalla crescita del capitale.
E’ davvero possibile ottenere una forma di “stipendio” dal trading?
Il segreto è affrontare il problema distinguendo due componenti dell’operatività: una dedicata a Cash Flow distribuibile e una orientata ad un sano orientamento positivo della curva di equity.
In questo modo parte dell’operatività nel trading diventa vero flusso di reddito, senza trascurare la componente del conto che cresce.
Se ne vuoi sapere di più, ti invitiamo ad un colloquio telefonico per spiegarti esattamente la dinamica di Excelsior: invia una email a info@istitutosvizzerodellaborsa.ch con il tuo nome, cognome e numero di telefono.
Un contatto discreto di pura informazione, senza alcuna pressione.
Un vantaggio per te, per il tuo portafoglio.
P.S.: Martedì prossimo, 14 aprile, c’è la Classroom: il mercato sta ripartendo? O si accinge ad una nuova onda di discesa?
Vedremo insieme le due tesi a confronto e le probabilità dell’una e dell’altra.
Un necessario stress test per il tuo conto di trading e per il tuo denaro da investimento.








