E se l’argento fosse la prossima trappola?

7 Febbraio 2026 18:33

La sterlina ieri, il dollaro oggi.

 

Harvard? Guarda un po’, citata da Trump …

Trump ha ribadito più volte che i dazi sui prodotti importati negli Stati Uniti vengano pagati dagli esportatori stranieri: cioè dai venditori dei prodotti e non dagli acquirenti. 

In una recente dichiarazione, che ha suscitato la nostra curiosità, ha citato uno studio dei ricercatori di Harvard, secondo il quale, a suo dire, l’80% delle tariffe vengono pagate dai produttori ed intermediari stranieri.

Che Trumpo citasse Harvard, dopo averla più volte attaccata, era difficile ci passasse inosservato.

Così, siamo andati in profondità, per capire.

Abbiamo scoperto, così, che secondo tale studio, il 43% delle tariffe è sostenuto dai consumatori statunitensi (sarà per questo che i consumatori di fascia bassa continuano a lamentarsi dei prezzi che trovano al supermercato?), mentre le aziende importatrici di fatto assorbono la maggior parte restante del peso. 

Cioè, il 96% dei dazi viene di fatto pagato dai cittadini e dalle imprese degli Stati Uniti.

Praticamente l’esatto contrario di quanto sostenuto da Trump.

Con l’occasione, abbiamo scoperto che altre ricerche siano d’accordo con Harvard, fra cui il Kiel Institute tedesco.

Penso che la credibilità di una nazione come gli Stati Uniti non abbia prezzo. La credibilità è la base della fiducia.

La fiducia non si può misurare a chili. C’è o non c’è.

 

 

Che cosa accadde alla sterlina.

Prima che il dollaro diventasse la valuta mondiale di riferimento c’era la sterlina.

Il predominio della sterlina cessò per tre fattori concomitanti: l’eccesso di debito accumulato, dopo l’uscita dalla prima guerra mondiale, la sospensione della convertibilità in oro e l’ascesa di un competitor molto forte, quale era, appunto, il dollaro americano.

Gli Stati Uniti hanno un debito indiscutibilmente molto alto, la convertibilità in oro del dollaro, se fosse mai esistita, è un mito che appartiene ad un lontanissimo passato.

Manca il competitor. Ma sta crescendo.

Nel 2020 il 2% del commercio mondiale era negoziato in yuan.

Oggi è il 9%.

Nel 2025, il 54% delle esportazioni cinesi è stato transato in yuan, contro il 41% in dollari e il 5% in altre valute.

Non sto parlando, come molti, di un crollo del dollaro e degli Stati Uniti.

Sto solo sostenendo che gli Stati Uniti hanno bisogno di rafforzare la propria credibilità e non di perderla.

Essi stanno accelerando un processo dove dovremo cominciare a pensare che il predominio del dollaro per forza avrà a che fare con la crescita dello yuan, o, forse, di qualche cosa che abbia lo yuan come base (la presunta valuta dei BRICS, che non è nata semplicemente per incapacità e disaccordo di coloro che dovrebbero crearla). 

Il calo del valore del dollaro è tipico delle amministrazioni repubblicane.

Ma se il calo diventa strutturale a lungo termine, allora dobbiamo pensare che il dollaro come valuta di riferimento sta facendo lo stesso percorso della sterlina: pur avendo il vantaggio che nel mondo polarizzato, una parte del mondo avrà probabilmente ancora interesse ad ancorarsi ad esso (cosa di cui la sterlina non potè beneficiare).

 

 

Le borse americane dopo il caos della prima settimana di febbraio.

Il future dell’S&P500 aveva aperto la settimana a 6938, in pesante gap down.

Ha chiuso la settimana a 6945, con un recupero nella giornata di venerdì 6 febbraio di 214 punti da minimo a massimo (più del 3%).

Come abbiamo fatto cenno nell’articolo pubblicato ieri sulla rubrica gratuita Ultima Ora del sito di Traders’ Magazine

https://www.traders-mag.it/anatomia-di-una-settimana-caotica/

la settimana chiude con una rilevante divergenza intermarket fra Dow Jones, che è andato a segnare un nuovo massimo storico, e gli altri due indici principali.

Se S&P500 e Nasdaq non segneranno a breve nuovi massimi storici, non è un buon segno per le borse americane.

In Europa, un analogo e curioso fenomeno si è verificato fra il piccolo SMI svizzero e il gigante DAX tedesco: il primo a nuovi massimi storici e il secondo in calo da tre settimane.

 

 

Il ciclone Argento.

Il CME ha pubblicato il 6 febbraio scorso il report sulle disponibilità di argento fisico. 

Complessivamente il totale è di 394,5 milioni di once di argento, suddivise in 102,5 milioni di once “consegnabili” (registered, secondo il loro gergo tecnico) e circa 292 milioni di once “eligible”, in semplice deposito. 

Ora, i future sull’argento attualmente aperti corrispondono a circa 419 milioni di once d’oro: questo significa che se tutti chiedessero la consegna fisica, verrebbero soddisfatte il 25% delle richieste (a prezzo dell’azzeramento delle “registered”), salvo che le “eligible” non si trasformino magicamente in “registered”, perché, magari, scopriamo che si tratta degli stessi soggetti che da una parte hanno i future e dall’altra il metallo fisico: questo non lo sapremo probabilmente mai.

Nelle ultime settimane, la tendenza degli investitori è stata di anticipare la scadenza dei future, abbandonando le scadenze lunghe e convertendole nelle scadenze più brevi. 

A forza di bastonarne il prezzo, gli americani sono riusciti a sconfiggere la tendenza rialzista imposta dalla Cina: allo Shanghai Gold Exchange, dove viene negoziato l’argento, sei importanti “accounts” (di grandi operatori al momento sconosciuti) sono stati sospesi, per violazione delle norme dell’exchange stesso.

E’ evidente che la guerra Cina-USA sull’argento è in una fase cruciale.

E se il CME andasse in crisi di consegna fisica, salterebbe di colpo una regola inviolabile e uno dei punti cardinali della finanza internazionale. 

Probabilmente molte (troppe) cose non le sappiamo, ma il crollo del prezzo dell’argento deve avere una motivazione collegata a tutto questo.

 

 

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Maurizio Monti Editore Istituto Svizzero della Borsa

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